Sukiyaki Western Django

Ancora una volta il cinema dell’estremo oriente torna colpirci in faccia come una badilata. I swdgiapponesi hanno il particolare potere di eccitarci e di lasciarci interdetti nello stesso momento, ma lo fanno sempre con uno stile del tutto particolare. Ricordo ancora quando il cinema giapponese era qualcosa di molto zen, su cui riflettere e accigliarsi, come per il film di Akira Kurosawa, sempre pieni di pathos e di tradizione nipponica. Negli ultimi anni, invece, il paese del Sol Levante ci ha regalato delle vere e proprie perle fra il trash, il gore e l’assurdo più totale. Rientra nella lista anche questo Sukiyaki Western Django, film di Takeshi Miike (che ci ricordiamo per lo splatter Ichi the killer), chiaramente ispirato al Django di casa nostra e al più recente pistolero di Tarantino. Si sa ormai che il buon Quentin adoro il cinema giapponese come quello italiano (che se non fosse per la diatriba fra Leone e Kurosawa avrebbero poco a che fare), quindi ha ben deciso di fare un paio di piccoli cameo anche in questo film di Miike che, sinceramente, non capisco dove voglia andare a parare.

Nonostante tutto il film è parecchio godibile (mi risulta difficile perché abbia solo il 55% al pomodorometro) e a tratti diverte. La trama è molto semplice e allo stesso tempo complicatissima, tanto che prima di metà film non è che fosse tutto esattamente chiaro. In un villaggio del Giappone a metà tra il feudale e il far west americano, due gruppi di cercatori d’oro si contendono la zona degli scavi, sicuri che lì attorno ci sia un tesoro. La lotta viene smossa dall’arrivo in città di un pistolero solitario (che non è Django, ma un giapponese veloce con la pistola) che si mette in “vendita” al gruppo che offrirà di più. Ovvio che poi il suo materialismo viene sopraffatto dalla sua coscienza e agisce in difesa del villaggio.

Il film è, come detto, molto godibile e fa passare un paio d’ore molto bene fra proiettili che fermano le frecce e mitragliatrici gatling armate sui cavalli. Ovvia complicazione che viene da tutti i film del Sol Levante è ricordarsi i nomi. Come sempre i giapponesi sono molto pomposi e hanno nomi pomposi per qualsiasi cosa, quindi la trama è resa complicata anche dal ricordarsi cose come: chi sono gli Heike? E i Genji? Non era più facile chiamarli bianchi e rossi? Che vuol dire Mononofu? Ma vabbè anche questo è il fascino del Giappone, dare l’impressione che visto che siamo stranieri noi non capiamo nulla e loro sì.

 

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