V for Vendetta

v_for_vendetta_warrior_editionFilm del 2005 dei fratelli Wachowski con…ma vi pare che mi metto a parlare di un film che hanno visto tutti sul globo terracqueo? No, in realtà volevo dire la mia sulla graphic novel scritta da Alan Moore e disegnata da David Lloyd negli anni ’80. Un romanzo grafico (per dirlo in italiano) che ho letto un mesetto e mezzo fa, ma che ancora stavo interiorizzando per capire cosa dovevo dire e come potevo metterlo a confronto con il film del 2005. Parto subito col dire che la nuova edizione che si trova nelle fumetterie in questo momento, edita dalla Rw Lion, è una gran figata. Cartonata, enorme, nella versione originale black&white e forse vale i 40 euro che vengono scialacquati per averla nella collezione. La seconda cosa è un piccolo plauso anche ai fratelli Wachowski che, non mi pento di dire, hanno modificato la storia originale nei punti giusti per adattarlo al contesto moderno e dargli una chiave più rivoluzionaria di quella che ha in origine. Non ci scordiamo, infatti, che oggi la faccia di Guy Fawkes (emerito sconosciuto credo anche agli inglesi fino a 8 anni fa) è il volto della ribellione, il simbolo del gruppo hacker Anonymous, e le frasi tratte dal film (le più significative ovviamente sono prese dalla graphic novel) appaiono in ogni bacheca facebook, link, tatuaggi e muri del pianeta.

Ma come sempre i film tendono a sconvolgere la storia originale e V per Vendetta non fa di certo eccezione. Aprendo l’albo, ad esempio, possiamo scordarci lo strano virus che ha attaccato l’Inghilterra e l’ha consegnata nelle mani del Cancelliere Adam Suttler. Quello che cercava di rappresentare Alan Moore, infatti, è un’umanità post-apocalittica. La causa dello sconvolgimento mondiale, infatti, non è un virus ma l’esplosione di varie bombe atomiche, che hanno reso l’aria inquinatissima e la sopravvivenza un po’ più difficile. Tutto questo favorisce in Inghilterra la vittoria al Governo di un gruppo estremista, che Moore non si fa problemi a chiamare “fascista” (e nemmeno io), e che porta il mondo alla schiavizzazione mentale e alla sodomia psicologica. La struttura del partito è suddivisa come un corpo umano. C’è il naso che sono i servizi segreti, il dito che è la polizia e il fato che è il centro computerizzato del sistema, che serve a spiare, a controllare e a programmare. Suttler non è il leader carismatico che vediamo nel film, almeno non sempre. E’ un uomo ossessionato dal controllo, che sviluppa un senso di riverenza e amore per quel macchinario che gli permette di vedere tutto. Un uomo che ha abbandonato i contatti umani a favore di una meccanizzazione del sistema.

Regime fascista, però, significa anche eliminazione del diverso e come accade nel film le squadre della polizia fanno irruzione negli appartamenti per portare via omosessuali, musulmani e stranieri di diverse etnie. Tutti vengono riuniti in campi di concentramento e sottoposti a strani esperimenti; non per creare un virus o un’arma come accade nel film, ma così tanto per fare qualcosa credo. La causa di quella che nel film viene descritta come “sviluppo ipercinetico” di V, nella graphic novel sono semplicemente droghe su droghe, che lo mandano perennemente fuori di testa. Ma V in mezzo a tutta la confusione trova una via, una luce in fondo al tunnel: l’anarchia. V è chiaramente disturbato psicologicamente, non fatica neanche lui ad ammetterlo con candore, ma nella pazzia ha un piano, quello di rimettere il potere nelle mani del popolo; l’ordine e la prosperità troveranno una via a partire dal caos.
Anche il comprimario di V, Evey Hammond, è notevolmente diverso dal personaggio interpretato a suo tempo da Natalie Portman. Evey è inizialmente una ragazza un po’ stupida e fortemente ingenua. Ha perso i genitori (nessun fratello) e vive da sola e per arrotondare decide di prostituirsi, ma la prima sera che ci prova viene beccata dalla Buon Costume, ma poi salvata da V. La trasformazione di Evey sul fumetto come sul film è totale, ma nella graphic novel appare più intensa, più ragionata, più evoluta. Da ingenua bambina, infatti, Evey diventa consapevole donna che sa quello che deve essere fatto.

Le differenze tra film e graphic novel sono notevoli e ben distribuite, soprattutto nella parte finale (basti pensare che il Parlamento è la prima cosa che viene fatta esplodere nella graphic novel dopo appena una ventina di pagine). Nel mondo filmico ogni azione di V sembra perfettamente giusta e ragionata. Nella graphic novel spesso arriva una domanda: qual è il limite che una persona può imporsi? Fino a dove ci possiamo spingere per la libertà? Gli idealisti diranno “fino a dove è necessario”, pur non conoscendo il prezzo. Le storie che l’albo ci presenta, infatti, non sono solo quelle di V e di Evey, ma anche quelle dei membri del partito o del particolare capo della polizia Finch, che non fa parte del partito ma è stato messo in quella posizione perché è il migliore nel suo lavoro. Storie che si alternano, andando spesso a sprofondare nella disperazione. L’anarchia è la risposta a tutto o V sta esagerando? Deve esserci un confine alla libertà personale affinché non scavalchi la libertà di qualcun altro? Sono le tante piccole domande che Moore ci porta a compiere per tutto l’albo e anche alla fine. Quando V con i suoi sforzi riesce a rendere la libertà ai cittadini, scoppia il caos nelle strade, mentre la storia si conclude così senza un “lieto fine”, lasciando a noi il compito di immaginare il seguito: l’ordine emergerà dal caos?

Un albo che, devo dire, è piuttosto pesante, sia sotto il punto di vista della massa (faranno 4 kg ‘sto coso) sia sotto quello della lettura (ci ho messo tantissimo a leggerlo). Si parla molto, si filosofeggia ancora di più. Una storia che Moore in parte prende dalla realtà che stava vivendo l’Inghilterra negli anni ’80 con il Governo Thatcher, e che in parte arriva dalla letteratura. Alcuni aspetti di V ricordano Il fantasma dell’Opera, almeno per quanto riguarda il rifugio e la maschera, altri ricordano il MacBeth di Shackespeare. Il riferimento a 1984 di Orwell è abbastanza scontato per tutto il fumetto.
Più che un must have direi un must read della produzione fumettistica mondiale. Sicuramente un punto di partenza importante per un’ampia riflessione su un futuro atomico, sui sistemi dittatoriali e sull’anarchia. Una profondità di emozioni, carisma e filosofia che purtroppo credo sia impossibile da portare su pellicola, per quanto continuo a dire che i Wachowski hanno fatto un bel lavoro per provarci. Da leggere con la dovuta pazienza e il giusto spirito.

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