Bunraku

bunrakuAlla continua di ricerca di titoli che possano placare la mia fame di action movie in attesa di The Raid 2: Berenthal, mi imbatto in questo Bunraku. Nonostante il titolo ricordi un noto gioco di carte di gran moda tra gli anziani del nostro Paese, la pellicola è la seconda opera di tale Guy Moshe e ha un cast di tutto rispetto con tanto di Josh Hartnett come protagonista e Ron Perlman come villain. Ma allora come mai non avevo mai sentito parlare visto che è un film del 2011? Non ne ho la più pallida idea…so solo che ieri pomeriggio la pagina Facebook di Rai4 mi spara in bacheca la locandina di questo film e sotto di essa piovono commenti del tipo: “cazzo figata”…non ho potuto resistere.

In un ipotetico futuro le armi da fuoco sono state bandite, quindi l’umanità per uccidersi è tornata alle buone vecchie lame e ai cazzottoni. Il mondo è governato da bande e a est dell’Atlantico (America) domina la banda di Nicola, detto Il Taglialegna. In città ben presto arriveranno due stranieri, un vagabondo e un samurai (GACKT, eclettico musicista giapponese con la faccia da schiaffi), con due missioni diverse ma coincidenti che li porteranno allo scontro con la banda di Nicola.

review_bunraku-e1317665635133Una trama semplice in pieno stile action movie, ma la vera forza della pellicola sta nella sua realizzazione. Sull’onda del successo di Sin City di Rodriguez (2005) e 300 di Snyder (2007), Moshe tenta ancora una volta di fondere fumetto e film (benché questa pellicola non sia basata su alcuna graphic novel), ma aggiunge anche dell’altro. Il regista tenta di miscelare il linguaggio fumettistico con un look e una scenografia iperstilizzata e teatrale. Quello che colpisce di più, infatti, è la scenografia dell’intero film che passa da un ambiente all’altro come un libro pop-up fuso con un origami. Lo stesso titolo del film è un omaggio a un tipo di taetro giapponese realizzato con le marionette. Non sfuggono all’occhio, poi, i sottotitoli dal giapponese realizzati come fossero didascalie di un vecchio Tex.
Il problema è che il punto di forza del film pare essere anche il suo punto debole: a una certa, infatti, non ci si capisce più nulla sul linguaggio che il regista sta usando. Si passa dallo stile fumettistico a quello teatrale, poi viene inserito un flashback in stile pop-up e poco dopo uno in stile fumetto (con una strizzata d’occhio a quello presente nel primo Kill Bill); a tratti le dinamiche ricordano quelle di un videogioco anni ’80 (con tanto di suoni e musica che richiamano il genere), il tutto inserito in una scenografia molto minimal e volutamente posticcia (non male) e con le irruzioni, di tanto in tanto, di una voce narrante presente durante l’intero film che non appartiene a nessun personaggio e ricorda parecchio quella del film tratto da Guida Galattica per Autostoppisti (2005)…insomma, si potevano benissimo inserire meno cose e creare meno confusione nello spettatore, ma ormai il dado è tratto.

Conclusione: il film è fortemente consigliato agli amanti dell’action e delle pellicole un po’ particolari e sperimentali (ma sempre un action rimane, eh). In totale è un ottima pellicola d’intrattenimento e non capisco perché fino a questo momento sia rimasto nell’ombra e lo stesso wikipedia gli dedichi una paginetta veramente striminzita.

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