Big Eyes

1411112232_big-eyes-amy-adams-tim-burtonE siamo così giunti al terzo biopic dell’anno su ben tre film visti di quest’anno. Incredibile, considerando che presto usciranno anche La Teoria del Tutto su Stephen Hawking e Selma su Martin Luther King, pare proprio che il 2015 sia l’anno d’oro delle biografie. Comunque era un po’ che avevo la curiosità di vedere questa pellicola…cioè, già dal trailer si capisce che è un film di Tim Burton senza Johnny Depp e la cosa è veramente da applausi. Che Burton lasci a casa la sola espressione che Depp riesce a fare sui film è una cosa inaudita! Immagino che molti fan di quell’obbrobrio che è stato Alice in Wonderland ci siano rimasti piuttosto, male. Tornando un attimo seri – solo un attimo -, però, è giusto ricordare che il livello della cinematografia prodotta da Tim Burton negli ultimi 10 anni ha visto un picco incredibile. Dopo Big Fish (anche quello senza Depp), Burton ha fatto un passo falso dopo l’altro. Già due anni prima aveva dato prova di demenza senile precoce con l’orrendo Planet of the Apes (quando c’era già una stupenda pentalogia fatta). Poi se ne esce con La Fabbrica di Cioccolato, dove cerca di accostare quel cetriolo di Depp a Gene Wilder e la cosa è abbastanza scandalosa, e infine raggiunge la vetta del pattume proprio con Alice in Wonderland. La domanda che mi ponevo entrando in sala quindi era: sarà riuscito a fare un buon film dopo tanto?

La storia è quella di Margaret Keane, pittrice diventata famosa negli anni ’50 e ’60 grazie alle sue particolari opere: i bambini con gli occhi grandi, una sorta di manga quando ancora non si sapeva cosa fossero i manga. Il problema è che per quasi 10 anni ad attribuirsi la paternità di quelle opere fu il marito, Walter, che si approfittò della grande ingenuità della moglie. Lei era brava a dipingere, lui a vendere, tanto che quando non vendeva i quadri, vendeva le cartoline e poster dei quadri: creando di fatto un impero. Il film narra quindi la vera storia di Margaret, della sua profonda idiozia e del suo tormento interiore.

big-eyesIl film si apre con una citazione di Andy Warhol sulla Keane, che io ho trovato più un insulto che un omaggio. “Se piace tanto alla gente vuol dire che un valore artistico ci dev’essere…se piace non può essere brutto”, che è come dire che se tanta gente va a vedere il cinepanettone a Natale, quei film dimmerda un valore artistico lo devono avere. Ovvio. In realtà Warhol disse questa frase come forte critica ai quadri della Keane, prendendoli ad esempio come modello della decadenza del capitalismo e della poca intellettualità del ceto medio americano, visto che erano piuttosto “bruttini”.
Il film, comunque, ci racconta la triste storia di Margaret, interpretata da una un po’ ingrassata ma sempre in forma Amy Adams, e del suo rapporto con il marito Walter, Christoph Waltz, che gli fregava i quadri per venderli a suo nome. Sembra che Burton con questa storia voglia celebrare “l’arte delle donne”, ma in realtà da un certo punto di vista riesce anche un po’ a denigrarle. Margaret è dipinta come una debole succube del marito, nonostante all’inizio del film abbia il coraggio di fuggire da un precedente matrimonio. E’ debole, obbediente e facile al convincimento…il suo unico punto di forza è il saper dipingere. Walter, al contrario viene dipinto come una macchietta in mezzo ad altri personaggi del tutto normali. E’ un personaggio alla Tim Burton in un universo poco timburtoniano e la cosa dopo circa mezz’ora inizia a dare fastidio.

C’è molto poco in questo film del Tim Burton che tutti conosciamo, forse due o tre scene ci si avvicinano, ma per il resto del film la regia è scontata e priva di alcuna fantasia…banale rispetto a quello che potrebbe fare Burton. Le emozioni che il film potrebbe trasmettere (privazione e oppressione nella parte centrale e libertà nella parte finale) sono completamente soffocate o del tutto assenti: la pellicola non trasmette pathos. Per rispondere alla domanda fatta all’inizio, quindi: no, non ci è riuscito. Non è di certo uno dei film peggiori di Burton (Alice in Wonderland è imbattibile), ma di certo non è al livello dei suoi film caratteristici. Non sembra neanche esserci Burton dietro la macchina da presa, per quanto è anonimo questo film. La pellicola, in definitiva, rispecchia tutto il resto della trama dove una donna deboluccia realizza dipinti mediocri.

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