Whiplash

Brody-Whiplash-1200Vieni candidato a un’infinità di premi, tra cui l’Oscar al miglior film, riesci a mettere d’accordo l’Accademy e i sostenitori dei film indipendenti e sei un gran bel film, ma in Italia ti distribuiscono con il contagocce, perché hai la semplice sfortuna di uscire insieme a 50 Sfumature di Grigio, che sta sbancando i botteghini e allo stesso tempo ricevendo una serie infinita di critiche negative, spesso perché non ci sono scene esplicite di sesso (beh ma allora guardatevi un porno, no?!): è questo il destino che è toccato a Whiplash, opera ultima di Damien Chazelle (classe 1985, signori) che si dimostra uno che al cinema potrà dare tanto. Ma non sono qui solo per parlare bene di Whiplash, che un suo lato negativo ce l’ha, purtroppo. Ma andiamo con ordine.

La storia è quella di un giovane batterista, Andrew, appena entrato nel miglior conservatorio d’America. Sogna di poter far parte della jazz band di Terrence Fletcher, insegnante che seleziona solo i migliori musicisti della scuola. Provvidenzialmente viene notato e aggiunto alla band come sostituto del batterista titolare. Ma qualcosa nelle aspettative di Andrew viene deluso: Fletcher non è l’insegnante che si aspettava…non è solo stronzo, ma super-stronzo. Un uomo disposto a umiliare, picchiare e offendere i propri allievi per farli migliorare e se mollano, evidentemente non erano tagliati per quella cosa. Vuole la perfezione su tutto. Si generano così due diversi momenti del film, dapprima una sorta di riverenza di Andrew per Fletcher, poi una sfida.

Whiplash-ScreamLa trama, diciamocelo, l’abbiamo incontrata tante volte. Alzino la mano quelli che vedendo il trailer hanno pensato “cazzo, ma questo è il Full Metal Jacket della musica!”. Ed effettivamente, se escludiamo il vietnam, è proprio così, tanto che Fletcher nella prima parte del film chiama uno dei suoi musicisti Palla di Lardo (ovvio omaggio di Chazelle al film di Kubrik). Andrew è il soldato impacciato e con del talento nascosto, Fletcher è il sergente istruttore morbido come una colonna di travertino. Buona parte del film vede l’alternarsi di due momenti: da una parte le severe lezioni di Fletcher, che umilia e castiga i suoi musicisti per tirare fuori da loro il meglio; mentre dall’altra troviamo i momenti di magia, quelli in cui i sacrifici di Andrew danno i risultati e la musica prende il sopravvento. Sudore, sangue e trionfo. Questi i tre elementi attorno ai quali gira il film e che rendono la pellicola qualcosa di unico ed eccezionale. La musica, certamente, ha il suo spazio e la sua bellezza, ma se si fosse parlato di calcio la cosa sarebbe cambiata molto poco (forse avrebbe avuto meno presa sul pubblico). Quello che viene passato al setaccio, infatti, non è il talento musicale del protagonista, ma la sua voglia di trionfare, la sua determinazione nel dimostrare che è il migliore. Per non parlare del talento, altro tema cardine del film: non tutti ce l’hanno, non tutti possono dire di esserci nati; eppure la scintilla iniziale del talento, quella bellezza grezza, naturale, da limare poi con l’esercizio e la costanza, è quasi fondamentale.
La bellezza del film sta tutta qui: nel suo essere una storia che inizia e finisce, mentre i personaggi interagiscono, crescono e cambiano nel mezzo. Senza effetti speciali, senza trucchi particolari, senza spendere budget da capogiro. Cinema come se ne fa veramente poco oggi giorno, con una regia veramente spettacolare. Whiplash, quindi, è un gran prodotto, forse il film migliore uscito fino a questo momento nel 2015 (ma siamo ancora a febbraio e ancora deve vedere Birdman). Agli Oscar probabilmente non trionferà nella prima categoria, ma qualcosa porterà a casa, forse il premio come miglior attore non protagonista a J.K. Simmons, che ha interpretato l’insegnante Fletcher.

WHIPLASHMa passiamo al neo del film, l’unico in realtà che si possa considerare tale. Come già accennato prima, se il film trattasse di qualcosa che non fosse la musica, avrebbe funzionato comunque, ma visto che di musica parliamo – o meglio di jazz – che almeno la cosa sia fatta in maniera eccezionale. In realtà, però, nonostante gli stupendi pezzi che Chazelle ci fa gustare durante la pellicola, non credo che quello sia jazz o che il jazz si insegni in quella maniera. Tutto quello che Fletcher vuole è che il musicista segua lo spartito in maniera perfetta, senza sbavature, senza creatività. Il jazz, però, almeno per la mia esperienza è ben altro: è creatività, ingegno, capacità di giocare attorno a uno spartito costituito. E’ lì la bravura di un jazzista, non nell’eseguire meccanicamente un pezzo, senza apportare il minimo contributo personale alla cosa. Andrew mentre suona risulta sempre troppo “rigido”, come fosse il batterista dell’orchestra militare della Korea del Nord, mentre se andiamo a vedere un qualsiasi video del suo idolo, Buddy Rich, sembra sempre che sia scioltissimo, anche quando tiene dei tempi improbabili.
Il tutto, però, è solo una parentesi di un film veramente stupendo e che si merita di vincere tanto e la cui essenza si trova nello scambio di sguardi finale tra Andrew e Fletcher, impagabile!

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4 pensieri su “Whiplash”

  1. Whiplash è uno dei film che più attendevo quest’anno (anzi, lo aspettavo l’anno scorso ma tant’è) eppure tra tutti i multiplex che conosco non riesco a trovarne uno in zona che lo proietti (in compenso fanno le sfumature di grigio sia in italiano che in lingua originale con i sottotitoli…mavaffa****o). Tutte le nomination che ha ricevuto non fa che alimentare la mia curiosità su questo film e soprattutto sulla performance di Simmons il cui sguardo “satanico” mi ha conquistato fin dalla prima clip che ho visto in rete.
    Ottima rece 😉 spero di riuscire a vedere anch’io il film, almeno prima della notte degli Oscar.

      1. Gestiscono le distribuzioni dei film a casaccio e poi si lamentano della pirateria…A questo punto mi sa che mi indirizzo anch’io verso l’internet 😉

  2. E’ la stessa sensazione che provo spesso di fronte ad opere letterarie che parlano di scacchi. Sembrano utilizzati esclusivamente come pretesto narrativo (certamente giustificato visto il fine ultimo proprio del narrare) snaturadolo agli occhi di chi magari lo conosce.
    Difficile dare un giudizio, trattandosi di narrazione il fine ultimo dovrebbe essere la storia giustificando imprecisioni, ma utilizzando un contesto si richiede almeno il rispetto di alcune sue caratteristiche. Pro e Contro come sempre da valutare caso per caso. Almeno però mi è venuta la voglia di vedermi il flm 🙂

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