Ex Machina

ex-machina-oscar-isaac-domhnall-gleesonEd eccoci di ritorno dalle vacanze dal blog per tornare a scrivere qualcosa. In questi giorni un po’ il caldo e un po’ la mancanza di tempo per vedere film, mi hanno impedito di portare avanti l’attività, ma grazie alle piogge di questi giorni – e al fatto che ieri sono finalmente tornato al cinema – posso riniziare a scrivere qualcosa di utile e ad andare avanti con questa attività. Iniziamo gli articoli del dopo-pausa con questo Ex Machina, thriller psicologico fantascientifico, uscito nelle sale britanniche a gennaio e da noi solo ora.

Nel giro dell’ultimo anno il tema trattato in questo film, quelle delle Intelligenze Artificiali, sembra sia uno dei più quotati. Lo abbiamo visto nel semi-orrido Automata con uno stanco Antonio Banderas, poi nel dolce Chappie (Humandroid) del sudafricano Neill Blomkamp, ma anche nel supereroistico Avengers: Age of Ultron. La possibilità e la voglia di vedere quanto prima una AI funzionante, quindi, sembra aver scosso il mondo cinematografico, che quest’anno ci riempie di film sui robot umanoidi. Ogni film, comunque, ha un suo paradigma e modo di vedere le cose, ma un filo comune può essere trovato dall’altro lato della barricata: gli umani. Filo conduttore di tutte le vicende, infatti, sono gli insegnamenti che gli umani impartiscono ai robot e che poi andranno a determinare il loro “carattere”.
In Ex Machina un giovane programmatore, Caleb, viene scelto dal suo capo, il miliardario genio informatico Nathan Bateman, per testare un’intelligenza artificiale da lui realizzata attraverso il test di Touring (anch’esso comparso quest’anno tra i vari film in uscita), che permette di capire se una macchina è in grado di pensare autonomamente. L’automa, Ava, si confronterà con Caleb e presto i due inizieranno a comprendersi e ad alimentare una sorta di amicizia/relazione più profonda di quanto immaginino.

Ex-MachinaOltre il tema dell’AI, però, la pellicola racconta essenzialmente storie di solitudine. Quella di Caleb: impiegatuccio nella norma, che abita in un minuscolo monolocale senza una compagna e senza una famiglia. Nathan, eccentrico miliardario che si rinchiude in una casa-fortezza nascosta tra le montagne e si ubriaca da solo. E infine Ava: coscienza digitale che nella sua vita ha conosciuto solo la sua stanza. Tre storie di solitudine, che cambiano quando ognuno incontra l’altro. Tre personaggi che affrontano questa solitudine in tre modi diversi: innalzandosi sugli altri, cedendo agli altri o approfittandosi degli altri. Anche la scenografia riflette questo mondo fatto di solitudine, dalla stanza del test asettica e divisa con i vetri, a quella di Caleb grigia e senza finestre. Solo il piano superiore si apre al mondo, mostrando sempre un panorama ricco ma desolato. Il film, poi, pone la sua domanda principale attraverso lo stesso test di Turing: come distinguiamo un umano da una macchina? Quali sono i pensieri autonomi che un umano dovrebbe avere? Caleb è l’archetipo del bravo ragazzo, che si sente in netta inferiorità rispetto al suo capo. Caleb tenta spesso di compiacere il genio di Nathan, facendo tutto quello che chiede: Caleb è un umano? Per paradosso Caleb diventa umano quando smette di cercare l’affinità con Nathan e inizia a formulare pensieri propri. Nathan, altresì, è un uomo che coltiva la venerazione per se stesso. Si chiude in un eremo per coltivare il suo genio e alimenta la sua autostima con l’allenamento del corpo. Nathan è umano? Anche lui diventa umano quando comprende i suoi limiti, forse troppo tardi, e capisce che giocare a essere Dio a volte può ritorcersi contro.
La più umana del trio è sicuramente Ava. Nata e vissuta dietro un vetro, mostra strategie e giochi quasi adolescenziali, tutto per rubare un attimo di intimità con Caleb. Eppure Ava dimostra tutta la sua umanità nell’inatteso e crudele finale, quando ci fa vedere che come tutti gli uomini, anche lei sa fare il male.

Per concludere, lo stesso titolo del film Ex Machina vuole comunicarci qualcosa. Preso ovviamente dalla frase Deus Ex Machina, usato inizialmente in teatro per definire la divinità che scendeva sul palco e risolveva tutto, regalando alla storia il suo happy endings o, in tempi più moderni, quel personaggio o eroe che arriva all’ultimo per far finire la bene la storia. Il regista solo con il titolo ci comunica che non esiste dio o eroe nella vita reale, che l’uomo è solo con le sue scelte e proprio da queste scelte arriverà il finale che ci meritiamo o che, semplicemente, la sorte ha scelto per noi.

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